30 Ottobre, 2013. 

Uno

Due

Tre

Si era portato i capelli all’indietro con una mano e il collo tirato, con l’altra si grattava il naso; poi, dopo che le dita non districavano più la chioma, prese la penna stilografica — si rifiutava di usare una qualunque altra penna, sia per stile che per comodità, diceva — e disegnò una piccola linea a fianco ad altre due presenti a lato della data sul diario. Un massimo di cinque era il limite che si era posto, ma la media era solitamente attorno al tre. Non era sicuro se quel giorno avrebbe superato quella media, oppure se si sarebbe fermato lì con il continuo pensiero di alzarne un’altra che lo avrebbe ossessionato fino alla mezzanotte, momento nel quale avrebbe deciso giorno nuovo, si ricomincia. James guardò l’ora, mancavano centoventi minuti esatti. 
Si era alzato con ginocchia tremanti, i polpacci gli prudevano sotto i pantaloni di flanella; aveva lasciato l’armadio aperto e vestiti odoranti di tabacco e qualche profumo vagamente femminile strabordavano da mezzo alle ante spalancate e dai cassetti. Senza criterio, provò a cercare una camicia pulita — preferibilmente bianca — e dei calzini — preferibilmente neri — pensando che alla fine i pantaloni poteva rimettere quelli del giorno prima, o almeno, di quello stesso giorno. Sicuramente gli avrebbero passato una di quelle maschere nere o bianche di plastica scomoda che non ti permettono di respirare correttamente, quindi non si era preoccupato troppo di trovare un travestimento vero e proprio. 
James si era voltato nuovamente con occhi persi verso il tavolino vicino al letto sfatto, i residui di cocaina ancora sparsi a fianco a un bicchiere completamente vuoto se non per qualche goccia di whiskey irlandese. Gli occhi si erano abituati al buio, le tapparelle perennemente chiuse e le finestre sempre spalancate; il freddo lo aiutava a dormire — quando riusciva — e il buio lo aiutava a pensare a ciò che voleva pensare, senza distrazioni inutili. Svariate volte aveva contemplato l’idea di aprire le tapparelle solamente per poter tirare una bottiglia vuota ai fastidiosi gufi, merli e tordi che disturbavano il suo meditare. Sognava di colpirli, e vederli cadere inermi dal loro ramo verso il cemento fino a che, una volta raggiunto il suolo, il loro cranio si spezzasse con un soddisfacente suono dal resto del corpo per poi venire dimenticati e marcire, o magari mangiati da qualche gatto randagio, o presi a calci da un bambino dispettoso dopo essere punzecchiato da un piccolo ramo per assicurarsi della morte e per divertimento. 

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