Tutti sanno che certi mestieri, come l’ingegnere o il fisico, sono lavori da uomini; che le donne possono fare le infermiere ma non i dottori, o le segretarie ma non l’architetto. La strada della scienza per le donne è stata proibita a lungo, piena di ostacoli e ingombra di pregiudizi basati su teorie estremamente discriminanti, come il fatto che “le donne siano prive di mentalità analitica”, oppure che “non amino la matematica”. Sono semplici detti, ma vengono considerati talmente validi che ancora nel 1960 gli scienziati non consideravano le donne adatte a diventare astronaute per via delle mestruazioni. Le donne scienziate allora vengono considerate “invisibili ma presenti”, mere “calcolatrici umane” in aiuto ai loro colleghi uomini, i quali hanno ricevuto riconoscimenti per scoperte estremamente importanti e rivoluzionarie che non appartenevano a loro, come è successo a Rosalind Franklin e, in parte, a Marie Curie. 

Finalmente come società iniziamo a renderci conto quanto i pregiudizi e le discriminazioni rendano complicata la ricerca e la carriera delle donne nelle materie STEM, limitandone la presenza. 

Perfino gli algoritmi dell’IA con i quali vengono addestrati i robot per l’analisi digitale dei dati sono disegnati per il 90% da uomini bianchi, il che introduce stereotipi anche inconsapevoli non solo per le donne, ma pure per le etnie nere e altre minoranze. Per non parlare delle molestie: nel 1993, The New England Journal of Medicine ha indicato che tre quarti delle studentesse sono state molestate almeno una volta durante la loro formazione medica.

L’accesso per le donne alle istruzioni superiori è avvenuto nel corso dell’Ottocento: nei primi anni trenta negli Stati Uniti, trent’anni dopo in Europa. In Italia, nel 1903 l’analfabetismo femminile su base nazionale si aggirava intorno al 50%, ma nel 1992 le laureate hanno superato i laureati e nel 2004 le donne sono state complessivamente il 51,5% dei dottori di ricerca. 

Negli anni, però, mentre il numero delle donne che scelgono carriere scientifiche cresceva, il numero di scienziate a essere anche solo nominate per un qualunque premio scientifico era molto basso. Nel 2021 infatti non è passata inosservata l’assenza di donne nei Nobel, soprattutto dopo che l’anno prima Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna ricevettero un riconoscimento per la chimica, e Andrea Ghez per la fisica: l’ipotesi più gettonata è quella di una conseguenza della ridotta rappresentazione nel settore. 

Per quanto riguarda la parità di genere nelle materie STEM e nell’ambito della ricerca scientifica, sia fisica che naturale, la comunità internazionale si sta impegnando negli ultimi anni in una campagna massiccia di sensibilizzazione sull’argomento, con l’istituzione della giornata internazionale delle ragazze e delle donne nella scienza. L’ONU riporta dunque le ragazze al centro della riflessione del mondo scientifico, che troppo a lungo le ha costrette a rivestire un ruolo da outsider e che solo negli ultimi anni si sta aprendo al loro potenziale sottoutilizzato. Nonostante i recenti progressi, il divario di genere è ancora notevole, e la strada per colmarlo e incrementare la partecipazione delle donne passa attraverso una maggiore accessibilità alle STEM, a un aumento dell’offerta di training per donne di ogni età, e la promozione di un accesso equo nelle professioni scientifiche, come ad esempio un salario paritario a quello dei colleghi uomini. 

Sfortunatamente, non si tratta solo di poca rappresentazione: la discriminazione è una costante presenza, e ciò porta le donne ad avere il doppio di probabilità di lasciare il posto di lavoro nelle materie STEM rispetto agli uomini. 

Quindi sì, è vero che alcune professioni non sono fatte per le donne, ma non perché si manchi di capacità o abilità—semplicemente non c’è mai stata l’inclusione di cui le donne avevano bisogno.

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